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SAPER FARE DOMANDE: UNA SOFT SKILL CHE FA LA DIFFERENZA

24 giugno 2018

Come disse Pierre Marc Gaston de Lévis “È più facile giudicare l’ingegno di un uomo dalle sue domande che non dalle sue risposte”.

Ma purtroppo siamo cresciuti con l’idea che fare domande ci mette in una posizione di debolezza e di inferiorità.

Abbiamo l’illusione, soprattutto con i nostri collaboratori, di conoscere la verità e ci dimentichiamo che fare domande è un’arte; un’arte che ognuno di noi dovrebbe imparare.

Attraverso le domande, infatti, si facilita l’apprendimento dei nostri dipendenti, crescendo un team consapevole delle proprie azioni e predisposto al cambiamento.

Sentirsi detentore del sapere è quindi un’illusione disfunzionale che non ci permette di essere dei veri leader e di creare un team di successo.

Pensiamo a come, solitamente, ci rivolgiamo ai nostri collaboratori.

Le nostre parole terminano spesso con il punto esclamativo o con il punto interrogativo?

Se tendiamo ad affermare piuttosto che domandare, fermiamoci e analizziamo se questo comportamento ci porta a creare un ambiente dove sono presenti uno o più di queste difficoltà:

  • La comunicazione è difficile?
  • Mancano informazioni o non circolano correttamente tra i reparti?
  • Le persone non sono autonome?
  • Ognuno pensa al proprio orticello?
  • La collaborazione è carente?
  • Il personale non è motivato?
  • I ruoli e i compiti non sono chiari e definiti?
  • Non viene utilizzata la delega fiduciaria?
  • Si tende a criticare e a cercare il colpevole?

Bene. Se vogliamo uscire dall’impasse, iniziamo a mettere in atto il metodo socratico, ossia l’arte di fare domande.

Ma come devono essere queste domande?

Non ci sono delle istruzioni per l’uso che vanno bene per tutte le situazioni.

L’unica regola applicabile, quindi, è che non ci sono regole.

Qualche suggerimento potrebbe essere quello di utilizzare;

  • Domande aperte, evitando quindi il più possibile domande tipo “interrogatorio,” o domande ad alternativa di risposta;
  • Accompagnare le domande:
    • ad un linguaggio non verbale (es. sorriso, apertura delle braccia,ecc.) coerente con il contenuto che vogliamo trasmettere;
    • ad un linguaggio paraverbale ben calibrato (es. tono, pause, ritmo,ecc.);
    • ad un atteggiamento di apertura che lascia da parte: pregiudizi, credenze ed esperienze pregresse che possono inquinare il nostro agire;
    • con un ascolto attivo volto all’interlocutore.

Una danza. Ecco, quello che devono portare le domande. Una danza che accompagna l’intera conversazione.

E se questo non avviene, dobbiamo imparare a mappare la situazione; utilizzare i nostri sensi per accorgerci di quello che ci sta comunicando il nostro interlocutore.

Guardare, ascoltare e analizzare le informazioni che ci arrivano per mettere in atto azioni correttive volte al cambiamento della strategia.

Può capitare, infatti, che la domanda, il tono o il linguaggio non verbale risultino impeccabili, ma qualcosa va storto.

Può essere il contesto sbagliato o il momento sbagliato o siamo noi che in quel momento, per diversi momenti, non siamo la persona giusta per porre quella domanda.

Se capita, fermiamoci.

Non cadiamo nella trappola di continuare per la nostra strada dimenticandoci del nostro interlocutore.

Se diventiamo bravi osservatori, impareremo col tempo anche l’arte del dialogo: il dialogo strategico.

Sandra Paserio – Cosulente del Lavoro Strategico – Coach 



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