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RASSEGNA DI GIURISPRUDENZA – Agg. al 27.02.2019

27 febbraio 2019

REPÊCHAGE: L’ONERE DELLA PROVA È A CARICO DEL DATORE DI LAVORO

Con la sentenza n. 4672/2019, la Corte di Cassazione ha ricordato che, con riferimento all’assolvimento dell’obbligo di repêchage in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo,

l’onere della prova grava sul datore di lavoro.

Peraltro, si tratta di prova negativa. Ma cosa significa prova negativa?

Significa che il datore di lavoro ha sostanzialmente l’onere di fornire la prova di fatti e circostanze idonei a persuadere il giudice della veridicità circa l’impossibilità di una collocazione alternativa del lavoratore nel contesto aziendale.

Nel caso di specie la prova era stata adeguatamente argomentata considerando che anche molti mesi dopo il licenziamento la società non aveva assunto altri dipendenti, ad eccezione di un lavoratore con una diversa qualifica e con contratto a termine, assunzione, peraltro, avvenuta a distanza di sette mesi dal licenziamento e connessa alle dimissioni di altro lavoratore.


LA PROVA DEL DANNO DA DEMANSIONAMENTO

Con sentenza n. 21/2019, la Corte di Cassazione è intervenuta in materia di danno da demansionamento, fornendo alcune specifiche utili in ordine alla prova del predetto danno.

La Corte ha asserito che ai fini della prova del danno da demansionamento possono essere considerate presunzioni gravi, precise e concordanti, sicché a tal fine possono essere valutati, quali elementi presuntivi:

  • la qualità e la quantità dell’attività lavorativa svolta;
  • il tipo e la natura della professionalità coinvolta;
  • la durata del demansionamento;
  • la diversa e nuova collocazione lavorativa assunta dopo la prospettata qualificazione.

Nel caso di specie, la Corte di merito, nel qualificare e liquidare i danni, ha valutato le condotte obiettivamente mortificanti patite dal lavoratore (estromissione dalla commissione esaminatrice per un concorso interno, il parallelo avanzamento in carriera di dipendenti con qualifica inferiore, il silenzio datoriale in risposta alle richieste di mansioni adeguate alla qualifica, le compromesse documentate condizioni di salute fisica e psichica concausalmente riconducibili al disagio prodotto al lavoratore nell’ambito lavorativo: il tutto unitamente alla minore ampiezza qualitativa e quantitativa delle nuove mansioni affidate che avevano determinato una depauperazione del bagaglio professionale già raggiunto dal dipendente).


LA LEGITTIMITÀ DEL DOPPIO LICENZIAMENTO

Con la sentenza n. 79/2019, la Corte di Cassazione si è espressa su un caso di doppio licenziamento.

Nella sentenza si legge: “il datore di lavoro, qualora abbia già intimato al lavoratore il licenziamento per una determinata causa o motivo, può legittimamente intimargli un secondo licenziamento, fondato su una diversa causa o motivo, restando quest’ultimo del tutto autonomo e distinto rispetto al primo. Ne consegue che entrambi gli atti di recesso sono in sé astrattamente idonei a raggiungere lo scopo della risoluzione del rapporto, dovendosi ritenere il secondo licenziamento produttivo di effetti solo nel caso in cui venga riconosciuto invalido o inefficace il precedente“.

 



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